Caterina Ceraudo: giovane, ambiziosa e innamorata della sua Calabria.

«Farò prima a prendere la seconda stella Michelin piuttosto che a mettere su famiglia..».

Sorriso solare e personalità autentica e tenace, di chi è orgoglioso per il lavoro fatto e di chi ha alle porte un futuro ricco di positività e successo, paladina della giustizia della sardella calabrese e addicted dichiarata di ogni sorta di agrume. Caterina è figlia d’arte, precisamente di Roberto Ceraudo, uno dei pionieri dell’agricoltura biologica in vigna e uno dei pochi ad aver reso grande il Gaglioppo oltre i confini regionali.

Non a caso Caterina è enologa, ma la cucina le ha rubato il cuore: ed ecco che è executive chef del ristorante Dattilo a Strongoli, in provincia di Crotone, “Chef Donna 2017” per la Guida Michelin, volto rappresentativo e fresco di Identità Golose e brand ambassador per il Gruppo Illy. A soli 28 anni!

La incontriamo nell’atmosfera calda e fiabesca che solo le Tavole Accademiche alle 18 di sera sono in grado di regalare. Ospite dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha deliziato noi studenti con la sua cucina per due giorni, e a fine giornata è felice di condividere con noi la sua biografia in pillole, “ma nessun monologo, perfavore, intervenite“, ci dice, demolendo con noi ogni sorta di possibile barriera e aprendosi a un incontro informale, ricco e sincero.

Suo grande maestro è senza alcun dubbio Niko Romito, dal quale ha studiato (nella Scuola di Alta Formazione in Abruzzo) e dal quale ha appreso tecniche culinarie più innovative e la fondamentale necessità di “arrivare alla bocca di tutti” bambini: neofiti, gourmet e gastrofighetti.
Il suo artista di casa, il papà, le ha trasmesso invece la grandezza della sua regione e la responsabilità di doverla e poterla, grazie alla via via sempre più affermata notorietà, raccontare nel modo migliore e “appelling” possibile.

La Calabria è molto di più di quello che i media ci hanno voluto comunicare” ci dice con un leggero rammarico, ma con la consapevolezza di poter concretamente cambiare questo status quo. La Calabria non è territorio di “ricette”, bensì di prodotti, di materia prima eccezionale ed eclettica che ha la reale potenzialità di entrare a far parte di menù di “alta cucina”.
Caterina apre le porte della sua cucina a questi ingredienti territoriali, “io mi fisso letteralmente con certi prodotti” come con il pomodoro ad esempio del quale ha fatto piantare molteplici varietà nel suo orto con l’obiettivo di creare il suo omonimo piatto: un’esaltazione concentrata del gusto e del succo dell’apparentemente semplice pomodoro.

E sulla questione della materia prima insiste a più riprese, sottolineando la sua ormai realizzata volontà di creare relazioni personali e formative con i produttori della sua terra cercando sempre di più di crescere all’unisono. Come con l’azienda casearia che sotto richiesta della chef ha inaugurato una produzione artigianale di yogurt di capra o come per la produttrice di succo di clementine: uno sviluppo che ha portato giovamento a entrambe le parti e, in senso più ampio, al territorio che le ospita.

Ora, in bassa stagione, il suo ristorante è chiuso e lei ne approfitta per spedire i giovani della brigata in stage formativo “perchè solo con la contaminazione una cucina può crescere”, ci dice, e sostanzialmente per non stare ferma un attimo: da poco tornata da Identità golose New York è pronta per partire per la Macedonia in occasione della “Settimana della Cucina Italiana nel Mondo“.

Ciò che accomuna tutti i suoi viaggi? Portarsi dalla Calabria la materia prima, che siano il bergamotto e le foglie di basilico sottovuoto in un volo intercontinentale o le sei valigie piene dei suoi ingredienti del cuore con cui si è presentata nella piccola Pollenzo!

 

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